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La convinzione diffusa in Occidente che le filosofie
orientali costituiscano in qualche modo delle suggestioni per la
psicoterapia se non addirittura dei veri e propri sistemi
psicoterapeutici è, come tutte le convinzioni, in parte vera in parte
falsa.
È vera per il Buddhismo, falsa per lo Yoga.
Non approfondiamo le altre dottrine orientali classiche come il
Brahamanesimo, il Vedanta, il Taoismo, il Confucianesimo, perché la loro
cifra è più filosofica che psicologica e quindi la loro valenza
terapeutica, dal punto di vista tecnico, quasi del tutto trascurabile.
La non funzione terapeutica dello Yoga è di più difficile persuasibilità.
Troppe palestre, troppi libri, troppi maestri, troppi discorsi hanno
infarcito l’Occidente sulla ipotetica valenza terapeutica dello Yoga per
poter demolire questa convinzione con poche parole.
Non volendo essere questo articolo un trattato sulla non terapeuticità
dello Yoga, mi limiterò a poche osservazioni fondamentali che per il
lettore intelligente possono essere più che sufficienti.
Lo Yoga antico ed originale, il Raja Yoga, risalente a più di duemila
anni fa, esposto nel trattato principe dello Yoga, gli Yoga Sutra di
Patanjali (III sec. a.C.), ha come esplicito ed unico fine la
realizzazione di uno stato di trance (Kaivalya) in cui si ha la sola
percezione di esistenza e di beatitudine (SatChitAnanda) che viene
raggiunto attraverso un’ipossia cerebrale controllata (PranaYama) e
viene assunto come unione (Yoga) con l’Assoluto.
Lo stesso Buddha, che dedicò quattro anni alla pratica dello Yoga,
riconobbe che la trance yogica non è risolutiva per la sofferenza
nevrotica, in quanto temporanea ed avulsa dalla realtà quotidiana.
Lo Yoga moderno, lo Hatha Yoga, fondato nel XVI secolo ed esposto nello
Hatha Yoga Pradipika di Svatmarama, da cui derivano tutte le versioni da
palestra praticate oggi, ha lo stesso fine ma tenta di raggiungerlo
attraverso un orgasmo sessuale in cui viene inibita l’eiaculazione fino
al deliquio.
Nelle palestre quest’ultima parte viene tralasciata (snaturando lo Yoga
del suo fine precipuo) e vengono semplicemente praticate le tecniche
fisiologico-ginniche preparatorie, che nulla hanno di psicoterapeutico.
Anche la filosofia naturalistica elaborata in epoca recente a
complemento dello Hatha Yoga, consistente nel considerare l’energia
vitale individuale una particella dell’energia cosmica alla quale essa
si unisce in un atto estatico coinvolgente sia il piano fisico che
quello psichico (che di fatto non possono essere separati), al quale gli
adepti tendono confusamente senza mai realizzarlo perché gli è stato
sottratto il mezzo tecnico per farlo (l’orgasmo), non costituisce una
psicoterapia.
Una psicoterapia può invece essere considerata il Buddhismo originale,
ossia l’insegnamento del Buddha.
Diciamo subito che, come tutte le terapie psicologiche, essa non è
esasustiva.
Nessuna lo è, d'altronde.
La psicoterapia buddhista agisce principalmente sul cosciente e non
sull’inconscio, e quindi ha tutte le limitazioni delle psicoterapie
cognitive.
Essa è efficace soltanto con quei soggetti che hanno conservato la
funzione dell’autocoscienza, quindi soltanto nelle nevrosi non avanzate
fino al limite del border line.
Ma nell’ambito di quelle esso è particolarmente efficace, più di altre
terapie cognitive.
L’eliminazione della sofferenza era stato lo scopo esplicito
dell’insegnamento di Buddha.
Che si tratti della sofferenza nevrotica è evidente.
La sofferenza naturale, infatti, conseguente alla perdita di una persona
cara, a un insuccesso, a una sconfitta, non necessita di un intervento
terapeutico perchè ha una durata temporanea.
La sofferenza di cui si occupò il Buddha è la sofferenza che ci portiamo
dietro per lunghi, troppo lunghi periodi o addirittura per tutta la
vita.
Cioè la sofferenza cronica.
Ma la sofferenza cronica non è normale.
È patologica.
È appunto la sofferenza nevrotica.
Di questa sofferenza, si occupò il Buddha.
La sua dottrina costituisce quindi, già nell’intento, una psicoterapia.
La natura pratica e non teorica dell’insegnamento di Buddha, e quindi il
suo costituire appunto una tecnica psicologica, è rimarcato dalla stessa
tradizione, che attribuisce al Buddha questa dichiarazione:
«“Benché il mio insegnamento non sia un dogma né una dottrina, certo
alcuni lo intendono così. Devo spiegare chiaramente che insegno un
metodo per sperimentare la realtà, e non la realtà medesima, così come
un dito che indica la luna non è la luna. Una persona intelligente
seguirà la direzione indicata dal dito per vedere la luna, ma chi vede
soltanto il dito e lo scambia per la luna non vedrà mai la luna reale.
Io insegno un metodo da mettere in pratica, non qualcosa in cui credere
o da adorare. Il mio insegnamento si può paragonare a una zattera che
serve ad attraversare un fiume. Solo uno stolto rimarrà abbarbicato alla
zattera una volta che sia approdato all’altra sponda, alla sponda della
liberazione.”»
Il protocollo terapeutico adombrato nel Dharma, l’insegnamento originale
del Buddha, non è facile da individuare.
Prima di tutto perché non è facile da individuare lo stesso insegnamento
originale nella enorme letteratura buddhista.
Ma anche se ci limitiamo a prendere in considerazione le uniche
enunciazioni sicuramente attribuite al Buddha in tutti i Canoni, antichi
e moderni, e quindi risalenti molto probabilmente al Buddha stesso, le
Quattro Nobili Verità e gli Otto Nobili Sentieri, il compito non è
facilissimo.
Tuttavia sono riuscito a distillare il procedimento che il Buddha ci
voleva trasmettere.
Ed ho scoperto che esso è effettivamente anche formalmente una
psicoterapia.
L’enunciazione delle Quattro Nobili Verità costituisce infatti una
premessa diagnostica che accerta l'esistenza della sofferenza nevrotica,
ne individua le cause e ne stabilisce la terapia.
Essa infatti stabilisce
1 l'esistenza della patologia (diffusione della sofferenza cronica);
2 la diagnosi eziologica (individuazione delle cause);
3 l'indicazione terapeutica (eliminazione delle cause);
4 la modalità terapeutica (gli Otto Nobili Sentieri).
Gli Otto Nobili Sentieri costituiscono invece il protocollo terapeutico
della psicoterapia proposta dal Buddha.
Tradizionalmente essi sono, nell’ordine, Retta Comprensione, Retto
Pensiero, Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di Sussistenza, Retto
Sforzo, Retta Presenza Mentale, Retta Concentrazione.
Retta Parola, Retta Azione, Retti Mezzi di Sussistenza (professione),
costituiscono precetti morali e quindi, a rigori, non rientrano nel
protocollo terapeutico.
Il Retto Sforzo è finalizzato alla realizzazione della Retta
Concentrazione.
Quindi propriamente il protocollo terapeutico buddhista è costituito da:
1 Retta Comprensione
2 Retto Pensiero
3 Retta Presenza Mentale
4 Retta Concentrazione
La Retta Comprensione consiste nella scoperta dell’impermanenza e
interdipendenza dei fenomeni, ossia del fatto che tutte le cose
dell’universo cambiano continuamente e sono tutte interconnesse fra loro
(scoperte fatte anche recentemente dalla nostra fisica e note come
dinamicità di campo ed effetto Butterfly).
Essa costituisce la famosa illuminazione.
Il Retto Pensiero consiste nella eliminazione dei pensieri involontari
negativi (indirizzati alla separazione) e nella costruzione volontaria
di pensieri positivi (indirizzati all’unione).
La Retta Presenza Mentale consiste nella presenza nella realtà, ossia
nel volgere l’attenzione alla realtà, fuori della mente nevrotica.
La Retta Concentrazione consiste nell’attivazione della funzione
cerebrale dell’autoosservazione psichica, capace di renderci consapevoli
della nostra stessa dinamica nevrotica.
Se ordiniamo la sequenza suriportata secondo un criterio scientifico di
consequenzialità psicologica e quindi operativa, raggruppiamo Retto
Pensiero e Retta Concentrazione sotto la voce controllo della mente ed
aggiungiamo ad essa due parametri psicologici, il non attaccamento e
l’amore universale, ampliamente riportati dalla tradizione buddhista e
quindi attribuibili all’insegnamento originale del Buddha, abbiamo la
seguente sequenza:
1 Controllo della mente (Retto Pensiero e Retta Concentrazione)
2 Presenza nella realtà (Retta Presenza Mentale)
3 Consapevolezza del cambiamento (Retta Comprensione)
4 Non attaccamento
5 Amore universale
Questa sequenza costituisce un protocollo terapeutico di grande momento.
Infatti il controllo della mente permette al nevrotico di eliminare o
quanto meno di tenere sotto controllo il pensiero tensivo compulsivo,
che costituisce la materia stessa della sua nevrosi.
Il controllo della mente conduce tradizionalmente al vuoto mentale, che
permette di rivolgere interamente e sistematicamente l’attenzione alla
realtà, con la quale di realizza la consapevolezza del cambiamento, la
quale dà luogo al non attaccamento e all’amore universale (in quanto
privo di interesse egoistico).
Un soggetto liberato dal pensiero tensivo compulsivo di natura
nevrotica, rivolto alla realtà, adattato al cambiamento, liberato dagli
attaccamenti generatori di sofferenza e rivolto all’amore è
indubbiamente un soggetto liberato dalla nevrosi.
Abbiamo così che il protocollo buddhista, sia pure con le limitazioni
già dette, è un protocollo ben utilizzabile a livello terapeutico.
Senza alcuna limitazione esso è poi naturalmente utilizzabile a livello
preventivo.
L’esposizione dettagliata della genesi logica e storica di codesto
protocollo costituisce precisamente l’argomento di un mio libro di
prossima pubblicazione dal titolo Come diventare un buddha.
Si tratta pur sempre però, occorre non dimenticarlo, dell’insegnamento
originale del Buddha e non della religione e della filolsofia buddhista
che sono sorte dopo il suo insegnamento.
Esse infatti non costituiscono, come nessuna religione e nessuna
filosofia, delle psicoterapie ma degli approcci alla divinità e alla
conoscenza.
Giulio Cesare Giacobbe Il suo ultimo libro: 'COME DIVENTARE BUDDHA IN CINQUE
SETTIMANE' : ...mio figlio Yuri
è morto all’età di ventisette anni: l’età esatta in cui il Buddha
raggiunse l’Illuminazione. Yuri era un buddha, una di quelle
incarnazioni del Buddha (Bodbisattva) che, secondo il buddhismo,
compaiono ogni tanto sulla Terra. Sin dalla sua nascita egli si è
rivelato di una serenità e di un amore incomparabile. In tutti i suoi
ventisette anni di vita non l’ho mai visto una volta adirarsi o inveire
contro qualcuno. Al contrario egli era sempre sorridente e tollerante
con tutti e comunicava a tutti il suo amore incondizionato senza neppure
parlare: con un sorriso e con un tocco della mano. Ma tu lo sentivi
fortissimo dentro dite. Chiunque lo sentiva. Qualunque cosa tu facessi,
egli ti era sempre vicino e ti faceva sentire il suo amore, assoluto e
incondizionato. E morto di una banale influenza. Ma morendo ha compiuto
un miracolo. Ha trasformato suo padre, questo vecchio peccatore, in un
buddha. Egli ha passato a me la sua buddhità, che dunque ho acquistato
senza alcun merito. La mia vita si è trasformata. Ho visto
l’Illuminazione. Ho visto e inciso nella mia carne totalmente e
definitivamente l’assoluta precarietà dell’esistenza, l’unica realtà del
qui e ora e l’importanza assoluta ed esclusiva dell’amore, dell’allegria
e della gioia. Ho visto così che diventare buddha si può. Il mio
buddhismo da teorico è divenuto reale. Così è nato questo libro (
Come diventare Buddha in cinque settimane ) . Vivendo nella mia
carne l’insegnamento del Buddha, che conoscevo già teoricamente, ho
realizzato quella buddhità che chiunque, senza bisogno che gli muoia un
figlio, può realizzare.
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